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L’Improbabile Piena dell’Oreto sfocia a Bari

Il ritorno catartico di Dimartino tra miti siciliani e la sacralità di San Nicola

Antonio Dimartino presenta il suo nuovo album presso lo Spazio Murat

Ieri, 9 maggio, presso lo Spazio Murat, un fiume lento e silenzioso ha esondato con la forza di una saggezza antica. Non è stata una piena distruttiva, ma un deflusso di sensazioni che si è riversato nel cuore di Bari, rivendicando la libertà assoluta del “sentire”. Antonio Di Martino, in arte Dimartino, ha scelto il capoluogo pugliese per raccontare la sua ultima fatica discografica, un’opera che funge da foce ideale per un percorso iniziato sedici anni fa con Cara Maestra Abbiamo Perso.

Dimartino: un parallelo idrogeologico tra Palermo e Bari

Al centro del racconto c’è l’Oreto, il fiume che attraversa Palermo. Un suono onomatopeico, silente, che Dimartino eleva a simbolo di una pazienza millenaria capace di cambiare una vita in un istante. Il richiamo alla natura di Bari è immediato: una città ricchissima dal punto di vista idrogeologico, segnata dalla memoria collettiva di torrenti come il Picone, che in passato hanno saputo mettere in ginocchio la comunità.

Ma l’Oreto è anche una metafora politica e sociale. Se in un passato non troppo lontano la sua foce è stata ferita dalle discariche della criminalità organizzata, oggi Dimartino la recupera in senso positivo, restituendo al fiume la sua dimensione leggendaria e mitologica. Un messaggio potente, specialmente in una Bari che, tra le luci della festa patronale e le ambizioni internazionali, si trova a riflettere su recenti episodi di malavita che rischiano di intossicarne il fermento culturale.

Un disco che non rientra tra quelli necessari, ma tra quelli che andrebbero ascoltati. Un disco vero.

Il Mostro e la Festa: lo scontro tra sacro e profano

L’atmosfera nello Spazio Murat è stata resa quasi mistica dalla coincidenza temporale con l’ultimo giorno della festa di San Nicola. Mentre all’esterno la città celebrava il suo Santo, all’interno Dimartino, solo con la sua chitarra, creava un contrasto intimo e toccante. In questo silenzio quasi religioso, ha introdotto la figura del Sugghiu: un mostro del folklore siciliano con testa antropomorfa e corpo di lucertola che vive vicino all’acqua.

Il Sugghiu diventa qui l’alter ego della bestialità umana, una creatura con cui è necessario far pace senza però lasciarsi sopraffare. Attraverso le sue canzoni, il mostro non è più un nemico esterno, ma una parte di noi da integrare nel proprio cammino di crescita.

Un unico grande racconto

La scaletta ha saputo tessere un filo rosso tra passato e presente. Dai classici come Cercasi Anima e Non Siamo Gli Alberi, passando per I Calendari fino a La Luna e il Bingo, il pubblico ha potuto percepire come ogni brano sia un capitolo di un unico, grande romanzo in musica. Significativa l’assenza di riferimenti alla parentesi mainstream con Colapesce: una scelta che sottolinea la volontà dell’artista di affrancarsi dalle logiche più immediate per concentrarsi su uno stato di grazia creativo puro e personale.

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