Bianchi girari di effetti e trance digitale: il flusso ininterrotto di Tuasorellaminore, la sacerdotessa di Altrascena che manipola il tempo e il battito del pubblico.

Entrare al Cabaret Voltaire 1916 mentre Luna Dragonieri, in arte Tuasorellaminore, è on stage, non significa assistere a un concerto: significa scivolare in un’intercapedine del tempo. L’aria è densa, saturata da un flusso continuo di elettronica che non concede tregua, un nastro magnetico che si srotola e si riavvolge in spirali ipnotiche.
Non è solo poliedrica, Luna. Definirla così sarebbe riduttivo, quasi un esercizio di stile accademico. La sua presenza ha piuttosto l’effetto di un acido lisergico somministrato collettivamente. Non c’è distacco tra palco e platea; ci sono solo bianchi girari di effetti che scaturiscono dalla sua loop station, come se ogni suono fosse un filo invisibile capace di muovere i muscoli degli astanti.
Tutti ballano. Ma non è il ballo scomposto della distrazione; è un movimento guidato, un’onda cinetica alimentata da una sacerdotessa che manipola bit e frequenze con la precisione di un chirurgo e la frenesia di una baccante. Al Cabaret Voltaire, per una notte, la musica ha smesso di essere intrattenimento per farsi sostanza, mutando la percezione di chiunque si trovasse nel raggio d’azione del suo segnale.
Evento di Altrascena col patrocinio di Non Chiamateci Muse
Dietro la perfetta macchina scenica di questa serata c’è la visione di Altrascena, che ha saputo trasformare il Cabaret in un laboratorio d’avanguardia. È grazie a realtà come questa che la musica smette di essere solo consumo e torna a essere “evento”, nel senso più ancestrale del termine.
Non è un caso che l’evento porti anche il patrocinio di Non Chiamateci Muse.
In un’industria che spesso tenta di incasellare l’artista donna nel ruolo rassicurante di ispirazione o di pura estetica, Luna Dragonieri risponde con la ferocia della tecnica. Davanti alla sua loop station, Luna non aspetta il soffio di nessuna divinità: la musica la fabbrica, la seziona, la moltiplica. È un atto di artigianato brutale che trasforma il palco in un laboratorio di autodeterminazione sonora. Qui la ‘musa’ è morta; al suo posto c’è un’architetta di frequenze che non chiede permesso per travolgere chi ascolta.”
L’intervista a Tuasorellaminore
Tutto ciò non è però un dettaglio di contorno, ma la chiave di lettura dell’intero universo di Luna. Nella mitologia, la Musa è un’entità eterea che soffia l’idea nell’orecchio dell’artista uomo; è un oggetto, una funzione, mai un soggetto. Al Cabaret Voltaire, invece, abbiamo assistito per la seconda volta alla morte definitiva di questo stereotipo. La distruzione del romanticismo passivante.
È proprio da questa rivendicazione di indipendenza che nasce il bisogno di chiederle come si abita un corpo che il mondo vorrebbe ancora “ispiratore” e che lei, invece, trasforma in un avamposto di resistenza.
Il Corpo come Territorio
Prima del concerto, con l’adrenalina già in circolo, Luna ci confessa la fatica di abitare questo ruolo:
“È un lavoro difficile perché, in quanto donna, il sistema ti impone una forma precisa. Io rispecchio lo standard della ragazza che ha una bella voce, ma lo vivo come un inscatolamento. Se non fosse per questo, avrei fatto altro. Sono ciò che sono e scelgo questa forma per decostruire le dinamiche che mi sono state imposte.“
Ascoltandola, ho pensato a come la “bella voce” rischi di diventare una gabbia dorata, simile a quella di certi santi dipinti nelle chiese: perfetti fuori, ma prigionieri del gesso e della colla. Luna, però, usa quella voce per crepare la scatola dall’interno.
La Sorellanza dei Nuovi Loci
“L’arte dovrebbe rappresentare di più chi non si sente rappresentato dai canoni binari. Il mio progetto serve a creare nuovi loci per potersi unire, combattere battaglie o semplicemente stare insieme. Bisogna lavorare perché l’altro emerga da questo isolamento.“
Il concetto di locus ci ha colpiti profondamente. Non è solo uno spazio fisico, come il Cabaret Voltaire, ma un luogo dell’anima dove la diversità smette di essere “eccezione” e diventa comunità. È un’architettura della cura.
Il Sangue delle Radici
“Le mie radici influiscono tantissimo. Il sacro ci ha toccati tutti per via del catechismo, ma io ho avuto la fortuna di un padre che mi ha educata alla bellezza di Bach e delle Messe in latino. Fa parte della mia intimità.”
Qui Luna tocca un nervo scoperto: quella religiosità atavica che noi del Sud mastichiamo fin da piccoli. In lei, il sacro non è sottomissione, ma una lingua colta, un’estetica che trasforma il palco in un altare profano.
La Maschera che Rileva
“Credo che anche con le maschere siano ciò che siamo. Alcune servono per alzare muri, ma io ho imparato a non averne bisogno. Voglio usare la maschera per buttare giù le barriere, le mie e quelle di chi mi ascolta.“
È un paradosso affascinante: truccarsi per denudarsi. La sua maschera non è un nascondiglio, ma uno strumento di scavo. Ci ha ricordato come, a volte, serva un artificio per arrivare alla verità più cruda.
Il Rosso della Passione
“Se dovessi scegliere un colore, sarebbe il Rosso. Assolutamente. Come la passione, o come i paramenti liturgici nei periodi legati alla Passione di Cristo.“
Mentre parlava, abbiamo rivisto le scodelle di pigmento nella bottega di un pittore. Il suo rosso è un cinabro vivo, un colore che non accetta sfumature: o brucia o consacra. È il colore di chi ha deciso di non restare in ombra.
Un Rumore Gentile
“Cerco unione nello spettatore. Mi ispiro ai valori woke perché significano ambire a un mondo più gentile. Qualcuno potrebbe trovarlo scomodo, ma il mio intento è solo aggregare, facilitare il viaggio.”
In un’epoca di urla e aggressioni, parlare di “gentilezza” come atto rivoluzionario è un gesto di un coraggio immenso. Il suo rumore non è caos, è un richiamo per chi si è perso.
Oltre la Competizione
“Essere “sorella minore” serve a dimostrare che la competizione può essere abbattuta. Se ci si unisce, la competizione svanisce. Vedo spesso l’isolamento degli artisti, un guscio difensivo nato dalla mancanza di fiducia. Io scelgo l’unione.”
Questa è la vera forza del patrocinio di Non Chiamateci Muse. Luna rifiuta la gerarchia del talento per abbracciare quella del legame. È una lezione di umiltà che solo chi è davvero grande può permettersi.
Il Messaggio alla Bambina
“Le sussurrerei: Affidati a te stessa! È sempre stato così. Nessuno ha fatto nulla per me. Adesso so che posso fare da sola.“
In questa frase c’è tutta la solitudine e la gloria dell’artista indipendente. È un messaggio che non vale solo per la Luna bambina, ma per chiunque stia cercando la propria voce nel silenzio.
L’incontro con Tuasorellaminore ci lascia addosso una certezza: l’arte non è un accessorio, ma una necessità biologica di resistenza. Luna non è una musa da contemplare, ma una sorella da ascoltare, mentre con i suoi “bianchi girari” continua a ricucire i pezzi di un mondo che ha un disperato bisogno di ritrovare la sua luce.
