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World Press Photo Exhibition 2026, a Bari le immagini che ci chiedono di non voltare lo sguardo

Dal 16 ottobre all’8 dicembre, al Teatro Margherita di Bari, 144 fotografie raccontano le ferite e le sfide del mondo contemporaneo.

Ci sono immagini che si guardano per pochi secondi e altre che continuano a farci domande. Non perché siano spettacolari, ma perché riescono a mostrarci qualcosa che le parole faticano a riportare: la fragilità familiare, la paura di chi vive sotto le bombe, la dignità di chi lotta per ottenere giustizia, la solitudine di chi a fatica cerca una collocazione in un mondo sempre più difficile da abitare.

la World Press Photo Exhibition 2026 a Bari

È da questo incontro, capace di provocare dolore o di restituire speranza, che prende forma la World Press Photo Exhibition 2026, in programma dal 16 ottobre all’8 dicembre al Teatro Margherita di Bari. Giunta alla sua 69ª edizione internazionale, la mostra torna in città per il tredicesimo anno consecutivo, portando con sé una visione globale sulle vicende che segnano i nostri tempi.

L’esposizione raccoglie 144 fotografie realizzate da 42 autori premiati, selezionati tra 57.376 immagini presentate da 3.747 fotografi provenienti da 141 Paesi. Numeri che restituiscono la dimensione internazionale del concorso, ma che raccontano anche qualcosa di più: la necessità di affidare a sguardi diversi il compito di documentare una realtà complessa, attraversata da guerre, disuguaglianze, emergenze ambientali e profonde trasformazioni sociali.

La fotografia come testimonianza

In un’epoca in cui le immagini ci arrivano velocemente attraverso smartphone, social network e piattaforme digitali, fermarsi a guardare è diventato un gesto controcorrente. Siamo abituati a scorrere foto e video con rapidità, passando da una tragedia all’altra senza avere il tempo di comprenderne il significato. Anche le notizie più drammatiche finiscono per confondersi in un flusso indistinto, consumate dalla velocità con cui vengono sostituite da altre.

Il fotogiornalismo di qualità interrompe questo meccanismo. Non mostra soltanto un fatto, ma gli restituisce un contesto, una dimensione umana, una storia. Dietro ogni fotografia ci sono una scelta, un punto di vista, un momento preciso in cui qualcuno ha deciso di esserci e di assumersi la responsabilità di documentare ciò che stava accadendo.

È questo il valore più profondo della World Press Photo Exhibition: ricordarci che una fotografia non è soltanto una rappresentazione della realtà, ma può diventare una testimonianza destinata a conservarne la memoria. Non offre risposte immediate ad una inchiesta o a un conflitto, ma può aprire una serie di domande, mettere in discussione una convinzione, avvicinarci a esperienze lontane dalla nostra quotidianità.

Nella selezione del 2026, oltre agli eventi di prima pagina dei giornali, trovano spazio storie poco conosciute, comunità marginalizzate e persone la cui esperienza rischia di scomparire dal racconto collettivo. È la realtà di oggi, non solo una serie di emergenze, ma prova a restituire anche la resistenza, la capacità di ricominciare e la dignità di chi continua a vivere nonostante tutto.

Le guerre e il volto umano delle decisioni geopolitiche

Tra le questioni che attraversano la mostra, i conflitti internazionali occupano un posto centrale.

Una guerra si misura attraverso i territori devastati e gli equilibri geopolitici che modifica, ma anche attraverso le famiglie divise, le case abbandonate, le giornate trascorse nella paura e le vite che cercano di riprendere forma tra le macerie. La fotografia può rendere percepibile questa distanza tra le decisioni prese ai vertici del potere e le conseguenze che ricadono sulle persone comuni.

A ricordarlo è anche Aid Emergency in Gaza, il lavoro del fotografo palestinese Saber Nuraldin, tra i due finalisti del premio World Press Photo of the Year 2026. Il suo racconto richiama l’attenzione sull’emergenza umanitaria nella Striscia di Gaza, dove la difficoltà di accedere agli aiuti e la fame sono diventate parte della quotidianità di una popolazione segnata dalla guerra.

Lo sguardo fotografico, tuttavia, non deve trasformare il dolore in spettacolo. La sua autorevolezza dipende anche dalla capacità di rispettare chi viene ritratto, di evitare semplificazioni e di restituire dignità a chi si trova nella condizione più vulnerabile. È un equilibrio difficile, soprattutto nei contesti di guerra, dove documentare significa spesso muoversi tra pericoli, limiti di accesso e responsabilità etiche.

Separated by ICE: quando la politica entra nella vita di una famiglia

La fotografia Separated by ICE, realizzata da Carol Guzy per il Miami Herald e vincitrice del World Press Photo of the Year 2026, racconta una separazione familiare avvenuta il 26 agosto 2025 in un edificio federale di New York. Un uomo ecuadoriano viene fermato dagli agenti dell’ICE dopo un’udienza in tribunale, mentre la moglie e i tre figli, di sette, tredici e quindici anni, assistono impotenti.

Bastano un corridoio e il dolore di una famiglia per mostrare le conseguenze umane di una decisione istituzionale. L’immigrazione, spesso raccontata attraverso numeri e questioni di sicurezza, torna così a essere una storia di persone, affetti e incertezza.

Il lavoro di Guzy ricorda che dietro ogni politica ci sono vite reali. È questa una delle funzioni più importanti del fotogiornalismo: rendere visibili le conseguenze delle decisioni pubbliche senza ridurre la complessità a una sola immagine.

La crisi ambientale, un’emergenza che riguarda tutti

La crisi ambientale attraversa territori e comunità, trasformando il paesaggio e la vita quotidiana attraverso incendi, alluvioni, siccità e perdita di biodiversità.

Tra i lavori premiati nel concorso 2026 figurano Burned Land di Brais Lorenzo, dedicato ai territori colpiti dagli incendi, e Mexico, A Changing Climate di César Rodríguez, sulle conseguenze del cambiamento climatico in Messico.

Queste fotografie mostrano come l’emergenza ambientale non sia soltanto una questione scientifica, ma una realtà che mette a rischio attività economiche, legami sociali e prospettive future.

Le immagini non sostituiscono la ricerca scientifica, ma aiutano a rendere concreti fenomeni spesso percepiti come lontani. Ci ricordano che proteggere l’ambiente significa anche proteggere le condizioni della nostra vita.

Diritti civili, memoria e giustizia: le storie che resistono al silenzio

Tra i finalisti del premio principale c’è The Trials of the Achi Women, di Victor J. Blue per il New York Times Magazine. Il progetto racconta la battaglia giudiziaria di donne indigene Maya Achi, in Guatemala, sopravvissute alle violenze sessuali durante la guerra civile.

Nel maggio 2025, tre ex membri delle pattuglie di difesa civile sono stati condannati a quarant’anni di carcere per stupro e crimini contro l’umanità. La vicenda era iniziata nel 2011, quando 36 donne avevano deciso di denunciare i propri aggressori.

La loro storia non parla soltanto di violenza, ma anche di coraggio, solidarietà e perseveranza. La fotografia restituisce loro un ruolo attivo, riconoscendole come protagoniste della propria storia e non soltanto come vittime.

In questo modo, il fotogiornalismo contribuisce a custodire la memoria collettiva e a dare visibilità a vicende che rischierebbero di essere dimenticate. Non può garantire giustizia, ma può aiutare una società a non distogliere lo sguardo.

L’intelligenza artificiale e la nuova responsabilità delle immagini

La diffusione dell’intelligenza artificiale rende sempre più difficile distinguere le fotografie autentiche da quelle generate o manipolate. Per questo, verificare le fonti, ricostruire il contesto e garantire trasparenza sono diventati aspetti essenziali del giornalismo.

La selezione 2026 comprende anche Emma the Social Robot di Paula Hornickel, un lavoro che richiama l’attenzione sul rapporto tra tecnologia, relazioni umane e cambiamenti sociali.

La responsabilità non riguarda soltanto lo scatto, ma anche le didascalie, le scelte editoriali e la diffusione delle immagini. Una fotografia autentica può essere fuorviante se presentata senza contesto.

In un mondo in cui vedere non significa necessariamente conoscere, la credibilità del fotogiornalismo dipende dalla correttezza del metodo e dal rispetto delle persone ritratte.

Il compito di chi guarda

Visitare la World Press Photo Exhibition significa incontrare storie lontane che parlano anche a noi. Guerre, crisi climatiche e battaglie per la giustizia riguardano contesti diversi, ma pongono domande comuni sulla dignità umana, sui diritti e sulle responsabilità collettive.

Al Teatro Margherita, ogni fotografia invita a fermarsi, leggere, comprendere e superare i giudizi immediati. Accanto alla sofferenza emergono il coraggio, la solidarietà e la capacità di ricominciare.

Questo non significa che la resilienza possa cancellare le ingiustizie. Significa riconoscere che le persone ritratte sono molto più delle tragedie che attraversano: hanno affetti, desideri e una voce che merita di essere ascoltata.

Bari, una finestra aperta sul presente

Il ritorno della World Press Photo Exhibition a Bari conferma il ruolo degli spazi culturali come luoghi d’incontro tra informazione, arte e cittadinanza. Il Teatro Margherita accoglie storie che superano i confini locali e avvicinano la comunità alle grandi questioni del presente.

La mostra, organizzata da CIME, offre al pubblico l’occasione di conoscere realtà diverse e confrontarsi con prospettive nuove, in un momento in cui avere tante informazioni non significa necessariamente comprendere meglio ciò che accade.

La stessa vuole ricordarci che dietro ogni fotografia c’è una vita, una famiglia che ama, una persona che spera e qualcuno che cerca di andare avanti. Cambiano i luoghi e le storie, ma resta il bisogno di essere riconosciuti, protetti e ascoltati.

Fermarsi davanti a un’immagine e lasciarsi toccare è già un modo per opporsi all’indifferenza. Non possiamo risolvere ogni ingiustizia, ma possiamo scegliere di non distogliere lo sguardo.

Uscendo dal Teatro Margherita, la domanda più importante non è soltanto che cosa abbiamo visto, ma che cosa faremo di quello sguardo. Perché il primo passo per cambiare il mondo può essere proprio questo: riconoscere negli altri la stessa umanità che chiediamo venga riconosciuta in noi.

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