Storia, lotta e poetica della prima cantautrice del Novecento italiano: un’eredità di verità che sfida il silenzio e il tempo.

“Ho imparato a leggere a 32 anni. Dall’età di sedici anni vivo da sola. Ho fatto molti mestieri faticosi per dare da mangiare a mia figlia. Conosco il mondo e le sue ingiustizie meglio di qualunque laureato. E sono certa che prima o poi anche i poveri, gli indifesi, gli onesti avranno un po’ di pace terrena.”
In queste poche righe c’è l’essenza di Rosa Balistreri. Te ne sei andata circa trent’anni fa, eppure la tua voce risuona ancora ovunque, talmente sacra da emanare rispetto, talmente terrena da rendere impossibile non immaginarti con la chitarra in mano in mezzo alla gente.
Nata a Licata nel 1927, Rosa Balistreri è stata una figura di rottura assoluta: la prima donna in Italia a poter essere definita “cantautrice” nel senso più profondo e viscerale del termine. Una donna che ha vissuto la miseria e l’oblio, ma che ha saputo accompagnarli alla porta con la sola forza di una corda vocale tesa come un arco. Oggi la sua eredità cammina anche grazie al nipote Luca, che custodisce i suoi abiti, i grandi occhiali, la macchina da scrivere e quella stessa chitarra, portando avanti una memoria collettiva che non può e non deve essere dimenticata.
La vita e il mondo di Rosa: il canto come barricata
La parabola artistica di Rosa Balistreri affonda le radici nella Sicilia più cruda. Inizia a cantare sin da bambina durante i matrimoni e i battesimi, ma il vero riconoscimento arriva nel 1966, quando partecipa allo spettacolo “Ci ragiono e canto” di Dario Fo, che le permette di incidere i primi dischi. Durante la sua carriera viene affiancata dal musicista Mario Modestini, capace di tessere lo sfondo sonoro perfetto per capolavori come “La ballata del sale”, “Di Buela” e “Ohi bambulè”.
Nel 1971 il trasferimento a Palermo segna una nuova stagione di ispirazione, ampliando un repertorio già denso. Tutta la vita di Rosa è stata costellata di traumi e sacrifici drammatici. In questo contesto la musica non è stata una semplice via di fuga, ma il potente mezzo con cui descrivere le condizioni degli ultimi e condannare apertamente la mafia e le sue ramificazioni.
Fino ai trent’anni vive in una condizione di totale analfabetismo. Quando impara a leggere e scrivere, riversa sulla carta una verità disarmante. Insieme al poeta Ignazio Buttitta, Rosa scende in piazza per denunciare le miserie umane e la sottomissione della donna, esaltando l’autenticità del dialetto siciliano. Per lei il canto era sinonimo di protesta: amava la sua terra, ma ne rifiutava i problemi e le incrostazioni mentali. Non aveva niente, ma ha dato tutto quel che aveva attraverso le registrazioni storiche per etichette come RCA e Cetra Folk.
“Cu ti lu dissi”: l’anatomia di un amore tragico e cortese
Sarebbe utopistico cercare nel repertorio di Rosa Balistreri il racconto di un amore felice, privo di rinunce. L’amore cantato dall’artista siciliana è una forza tragica, che si alimenta dall’impossibilità del possesso. Una dinamica che, per assurdo, sembra riprendere i canoni duecenteschi dell’amor cortese e dello Stilnovo dantesco, in cui la sofferenza dell’amante diventa il fulcro dell’espressione poetica.
Il perfetto specchio di questa visione è il suo capolavoro, Cu ti lu dissi:
“Cu ti lu dissi ca t’haju a lassari? / Megghiu la morti e no chistu duluri / Ahj ahj ahj ahj, moru moru moru moru / Ciatu di lu me cori, l’amuri miu si tu”.
Il protagonista del brano è costretto a lasciare la sua donna per cause di forza maggiore (probabilmente la partenza per il fronte) e preferirebbe la morte a quel distacco. Lei è il “ciatu di lu me cori” (il fiato del cuore), e il dolore dell’abbandono si fa ancora più lacerante quando subentra il fantasma del tradimento e del tempo che passa:
“Lu primu amuri lu fici cu tia / E tu, schifusa, ti stai scurdannu i mia / Paci facimmu, nicaredda mia / Ciatu di l’arma mia”.
Un’eredità immortale
Rosa Balistreri resta un esempio monumentale di coraggio e lealtà. Una donna che non si è arresa nemmeno quando tutto sembrava perduto, usando la musica per colpire dritto al cuore e ai pensieri della gente.
Nonostante la sua stessa terra a volte sembri ignorare o dimenticare la grandezza della sua esistenza, la sua voce ha ormai sconfitto l’oblio. Parafrasando i Nomadi, checché se ne dica, Rosa vive, graffia e canta ancora insieme a noi.
Articolo scritto con la collaborazione della Prof.ssa Isabella Cassetti e della Dr.ssa Giusy Pannone.
